La posizione della Conferenza Episcopale Italiana su COVID-19
È in vigore un nuovo decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri, finalizzato a definire in modo unitario il quadro degli interventi per
arginare il rischio del contagio del “coronavirus” (COVID-19) ed evitare
il sovraccarico del sistema sanitario.
Il testo conferma le misure restrittive emanate lo scorso 1 marzo – e destinate a restare in vigore fino al termine dello stato di emergenza –
con le quali in tre regioni (Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna)
e in alcune province (Savona, Pesaro e Urbino) sono state stabilite limitazioni anche per i luoghi di culto, la cui apertura richiede l’adozione di misure tali da evitare assembramenti di persone. Alla luce del confronto con il Governo, in queste realtà la CEI chiede che,
durante la settimana, non ci sia la celebrazione delle Sante Messe.
Il nuovo decreto, inoltre, stabilisce – per l’intero territorio nazionale, fino al 3 aprile – la “sospensione delle manifestazioni, degli eventi e degli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comportano affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro” (DPCM, art. 1, b).
Tra le misure di prevenzione, si evidenzia, in particolare, l’“espressa raccomandazione a tutte le persone anziane o affette da patologie croniche …, di evitare di uscire dalla propria abitazione o dimora fuori dai casi di stretta necessità e di evitare comunque luoghi affollati nei quali non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro” (DPCM, art. 2, b).
NELLE AREE NON A RISCHIO, assicurando il rispetto di tali indicazioni in tutte le attività pastorali e formative, la CEI ribadisce la possibilità di celebrare la Santa Messa, come di promuovere gli appuntamenti di preghiera che caratterizzano il tempo della Quaresima.
Gandolfini (Family Day): Vergognoso il monologo di Benigni sul Cantico dell’amore totale
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Non possiamo tacere. Abbiamo il dovere morale, dovere di retta coscienza, di condannare
duramente il vergognoso monologo di Roberto Benigni durante il Festival di San Remo su RAI Uno,
prendendo a pretesto la Bibbia ed il libro del “Cantico dei Cantici”. Se e quando la televisione pubblica, cioè finanziata dai soldi dei cittadini, decide di portare sul piccolo schermo un tema di grande valore culturale e religioso, non può e non deve lasciare il monopolio interpretativo/comunicativo ad una persona che non ha nessuna qualifica di competenza specifica e che si arroga il diritto di propinare il suo sproloquio, infarcito di ignoranza e di falsità, a milioni di telespettatori. Perfino il pubblico dell’Ariston, in mezzo al quale certo non abbondavano gli esegeti biblici, e forse neanche i credenti, se ne è accorto, vista la penuria degli applausi.
Il Cantico dei Cantici è uno stupendo libro dell’Antico Testamento in cui si canta la pienezza dell’amore dello sposo, Dio Padre, per il suo popolo, il popolo ebraico. Dopo l’Incarnazione e con la Rivelazione, viene riletto come il canto di amore di Cristo, lo sposo, per il nuovo popolo eletto, la Chiesa, sua sposa. Un amore totale, pieno di passione, che viene descritta con una delicatezza di toni che non ha nulla a che vedere con la sguaiata volgarità del suddetto sproloquio. Passione che arriva fino al sacrificio della Croce.
Se si dovesse scrivere a colori quel testo, si dovrebbe utilizzare il colore rosso: il rosso della passione del sentimento amoroso e il rosso del sangue versato sulla Croce. Questo è il canto dell’amore totale, fedele, unico, incancellabile in cui eros, agape, e koinonia si fondano e completano. Trasformarlo in un delirante messaggio a cavallo fra pornografia ed erotismo di bassa lega, infarcito di banalità sentimentaloidi, inventandosi di sana pianta una traduzione manipolata ad hoc, è certamente un’operazione politicamente corretta, ma che rivela la strategia dell’indottrinamento bieco e menzognero. La storica frase di Gesù “L’uomo non separi ciò che Dio ha unito” (matrimonio, sponsalità, procreazione, genitorialità) trova le sue radici più profonde proprio nel Cantico: l’amore di Dio per il suo popolo, di Cristo per la Chiesa, è amore inseparabile, indefettibile, fedele, che giunge fino al sacrificio della vita. Questo è l’amore che, realizzato pienamente in Cristo, ha sempre trovato nella storia, anche ai nostri giorni, testimoni fedeli pur con tutti i limiti della debolezza umana. Chi avesse qualche dubbio, guardi un crocefisso e impariamo da Lui, che ha perdonato, ma non ha fatto nessuno sconto nella proclamazione della verità. Per questo l’hanno appeso ad una croce.
Massimo Gandoflini
Presidente Associazione Family Day – DNF
Come crescere bambini felici
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Incontri in oratorio, che aiutano a migliorare la comunicazione tra adulti e bambini (0-7 anni) e insegnano a gestire i conflitti
-Sabato 1 febbraio ore 17.00-18:30
-Sabato 8 febbraio
-Sabato 15 febbraio
-Sabato 22 febbraio
Gli Incontri sono tenuti dalle Dott.sse Paola Cavaricci (psicologa e psicoterapeuta) e Angela Cavaricci (sociologa)
(è previsto il servizio di assistenza per i bambini 4-7 anni)
Il mondo ha bisogno di credenti credibili
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Sei tu, o ci siamo sbagliati? Giovanni, il profeta granitico, il più grande, non capisce. Troppo diverso quel cugino di Nazaret da ciò che la gente, e lui per primo, si aspettano dal Messia. Dov’è la scure tagliente? E il fuoco per bruciare i corrotti?
Il dubbio però non toglie nulla alla grandezza di Giovanni e alla stima che Gesù ha per lui. Perché non esiste una fede che non allevi dei dubbi: io credo e dubito al tempo stesso, e Dio gode che io mi ponga e gli ponga domande. Io credo e non credo, e lui si fida. Sei tu? Ma se anche dovessi aspettare ancora, sappi che io non mi arrendo, continuerò ad attendere.
La risposta di Gesù non è una affermazione assertiva, non pronuncia un sì o un no, prendere o lasciare. Lui non ha mai indottrinato nessuno. La sua pedagogia consiste nel far nascere in ciascuno risposte libere e coinvolgenti. Infatti dice: guardate, osservate, aprite lo sguardo; ascoltate, fate attenzione, tendete l’orecchio. Rimane la vecchia realtà, eppure nasce qualcosa di nuovo; si fa strada, dentro i vecchi discorsi, una parola ancora inaudita. Dio crea storia partendo non da una legge, fosse pure la migliore, non da pratiche religiose, ma dall’ascolto del dolore della gente: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi guariscono, ritornano uomini pieni, totali.
Dio comincia dagli ultimi. È vero, è una questione di germogli. Per qualche cieco guarito, legioni d’altri sono rimasti nella notte. È una questione di lievito, un pizzico nella pasta; eppure quei piccoli segni possono bastare a farci credere che il mondo non è un malato inguaribile.
Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della terra con un pacchetto di miracoli. L’ha fatto con l’Incarnazione, perdendo se stesso in mezzo al dolore dell’uomo, intrecciando il suo respiro con il nostro. E poi ha detto: voi farete miracoli più grandi dei miei. Se vi impastate con i dolenti della terra. Io ho visto uomini e donne compiere miracoli. Molte volte e in molti modi. Li ho visti, e qualche volta ho anche pianto di gioia. La fede è fatta di due cose: di occhi che sanno vedere il sogno di Dio, e di mani operose come quelle del contadino che «aspetta il prezioso frutto della terra» (Giacomo 5,7). È fatta di uno stupore, come un innamoramento per un mondo nuovo possibile, e poi di mani callose che si prendono cura di volti e nomi; lo fanno con fatica, ma «fino a che c’è fatica c’è speranza» (Lorenzo Milani).
Cosa siete andati a vedere nel deserto? Un bravo oratore? Un trascinatore di folle? No, Giovanni è uno che dice ciò che è, ed è ciò che dice; in lui messaggio e messaggero coincidono. Questo è il solo miracolo di cui la terra ha bisogno, di credenti credibili.
Padre Ermes Ronchi
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